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Fabio Bruletti

Vorrei raccontare una storia, sapete come è nato il logo della Vittone Editore?
la storia inizia così...
marchio-vittone-1018avevo una gran voglia di ricominciare dopo il trasferimento da Pescara, ebbi l'idea di disegnare il mio omino sui post-it e attaccarli per la scuola per non deturpare i muri...il prof era in cerca di un logo per la sua casa editrice...
Un giorno entra in classe contentissimo ed esclama "ho trovato il logo per la casa editrice, ero in Cavallerizza e ho trovato questo!" e mentre parla con il gessetto in una mano e un post-it nell'altra inizia a disegnare sulla lavagna prima la tesa poi il cilindro e man mano che prendeva corpo il disegno capivo sempre di più che era il mio omino...all'inizio non ebbi il coraggio di dirgli che era mio, poi vedendo quei quattro sciagurati compagni d'avventura che sghignazzavano presi la palla al balzo quando disegnando il braccio teso disse "penso sia una bacchetta..." io controbattei "prof in realtà è una bomboletta...".
Un lieve silenzio contornato da velato imbarazzo si creó intorno a noi...lui avendo davanti il creatore a cui aveva "rubato" il disegno, io perché comunque era su un muro della scuola, ruppi il silenzio "se vuole comunque può toglierla..."
Fu così che il prof ebbe il logo ed io iniziai a integrarmi... mi diede l'invito per la presentazione del primo libro al Libraccio su Goethe ["La febbre Wertheriana"]... ancora lo conservo... era una grande persona, un precursore e questo intimo e stupendo ricordo mi accompagnerà per sempre.

Fabio Bruletti (studente ISA)

Luigi Celeste Beltrame

Carlo mi ha lasciato un ricordo, riguarda la sua disponibilità e la sua bontà. Verso la fine degli anni 80, durante una vacanza nel Salento, abbiamo conosciuto una coppia di tedeschi con cui abbiamo fatto amicizia. Prima di partire ci siamo promessi di scriverci, per tenerci in contatto; loro ci avrebbero scritto in tedesco e noi in italiano, dal momento che la moglie voleva imparare la nostra lingua. Tornati a casa, dopo poco tempo, abbiamo ricevuto una lettera e allora io ho chiesto a Carlo se mi poteva aiutare nella traduzione e lui, senza tentennare, ha accettato volentieri. Abbiamo continuato a scriverci per diversi anni; nel frattempo loro hanno avuto due figli e una volta ci siamo anche rincontrati.
Carlo mi chiedeva sempre di loro, senza nulla in cambio era veramente interessato e, se ci scrivevano, era sempre disponibile alla traduzione e io penso che alla fine, in qualche modo, li sentiva anche lui come suoi amici.

Luigi Celeste Beltrame (ex-collega)

Giada Della Luna

Era un tuttologo, nel senso vero del termine, provava gioia a condividere tutte le cose che sapeva ed era anche un pizzico sornione all'idea che ci aprisse gli occhi proprio lui. È grazie a lui che ho scoperto la derivazione dell'uso comune di "ok", e come quella tante altre piccole chicche... ci ha fatto vedere i luoghi della seconda guerra mondiale, e come un vero viaggiatore parlava perfettamente il tedesco, e aveva sempre un consiglio o un suggerimento su come fare le foto, o su come mangiare la vera cucina tedesca. Uno dei miei ultimi ricordi con lui è stato mentre io, con altri insegnanti e Vittone, abbiamo giocato nel bowling dell‟albergo in cui eravamo a Berlino. Era un uomo che non sempre risultava simpatico, ma l'ho sempre trovato un uomo di mondo molto moderno.

Giada Della Luna (ex-studente)

A. M.

Ho avuto l'onore di avere Carlo Vittone solo l'ultimo anno dell'Istituto Statale d'Arte di Monza, ed è stato un bel periodo quello passato.
Venivo da una situazione difficile che non sto qui a spiegarvi, seguivo una programmazione differenziata rispetto agli altri, ma in verità è che non ero abbastanza forte come lo sono adesso.
La scuola mi annoiava, non trovavo motivo di andare avanti, ed ero sempre in procinto di mollare.
E Carlo (se così lo posso chiamare) è uno di quei professori che hanno ridestato il mio interesse per la storia e la letteratura.
Non so spiegarmelo, ma mentre negli anni precedenti ero sempre nell'ultima fila, con Vittone passavo in prima linea; sarà stata la sua capacità innata di introdurre l'argomento con velati "gossip storici" come li chiamavano gli altri studenti... non comprendo bene, solo so che grazie a lui so molte più cose che avrei potuto imparare prima (ed altre ne ho imparate adesso), la sua cultura mi apriva il cuore, mi lasciava spazio per immaginare... senza uscire dai binari della materia.
Mi ha insegnato il significato del romanticismo, il valore ed il potere della parola...
ES: durante la mia prima prova d'esame presi il massimo, non lo speravo, ma conservo ancora la brutta copia di quel tema scritto a mano.
Lui venne da me, mi guardò con il suo cagnolino al guinzaglio e mi disse: bravo, hai fatto il miglior tema!
Ed io, da spaccone quale dimostro di essere gli risposi: beh lo so! Credo dentro abbia sorriso.
E poi lo TEMPESTAVO di domande... pover'uomo, solo sullo sbarco dei mille a Calatafimi nel Risorgimento Italiano ricordo di averlo interrotto almeno 10 volte.
L'ho fatto disperare.
Ma mi apprezzava, credo.
Ricordo con gaudio e tante risate (compiante) la volta che divagò sulla spiegazione di storia ed andò a parlare di Las Vegas, di quella volta, in un viaggio negli Stati Uniti, dove siccome all'ingresso dei casinò non si pagavano le vivande, lui ed i suoi amici si mangiarono una pentola INTERA di tortellini alla panna...
In più quell'uomo era una fonte molto POTENTE di conoscenza, spiegava un argomento, poi deviava dal contesto, poi vi ritornava e mi insegnò come si trasmette il Colera.
E di come Lord Byron (noto poeta inglese, condottiero ed anche grande donnaiolo, assimilabile al nostro Gabriele D'Annunzio) amasse farsi delle belle passeggiate a cavallo a TORSO NUDO sulle spiagge dal vento gelido dell'atlantico.
E tante ne avrei da raccontare, solo che sarebbero troppe per un solo pensiero, per un uomo che, per me,
è stato un esempio, ed un "maestro" se così si può definire.
Nell'ultima riga credo di dover esprimere le mie emozioni, ed il mio cordoglio di fronte al suo funerale, un anno fa.
Avevo i ray ban, non pensavo di poter più versare lacrime in tali circostanze...
Quando vidi il dolore ed il discorso della figlia però una lacrima mi calò lentamente sulla guancia sinistra.
"la lacrime non sono altro che la pioggia che ridona lucentezza negli occhi di chi ancora langue nel mondo dei vivi"
Tutto dolore che serve, mentre scrivo queste righe in tua memoria.
Ciao Carlo.

A.M. (studente ma non vuole indicare il nome)

Paolo Buccino

"H. 8.15 il prof Vittone entra in classe e dice: Buccino e Arienti, fuori !! Noi guardandoci stupiti replichiamo: non è ancora iniziata la lezione!! Risposta: so che farete casino anche oggi, quindi vi butto fuori subito!!
Un giorno camminando per i corridoi incrocio il Vittone che mi ferma dicendomi: se leggo ancora errori ortografici su Facebook ti tolgo l'amicizia!!

Paolo Buccino (ex-studente)

Claudio Abbiati

Non mi è facile parlare di Carlo.
Ho tanti ricordi, legati alla scuola, degli intervalli passati in cortile (con ogni tempo) a parlare degli argomenti più vari, dai quesiti di Fisica o Matematica che lo interessavano ai suoi racconti di viaggi, dai casi di studenti ai problemi personali.
Ricordo con piacere i viaggi d'istruzione in cui accompagnavamo le classi all'estero, Vienna, Monaco, Berlino. Mi alzavo al mattino e lo trovavo immancabilmente già pronto, già fatta la colazione (ho imparato da lui a farla “all'inglese” con uova e pancetta). Ogni tanto spariva per qualche ora perché “doveva” vedere qualcosa (una casa, un museo, una mostra) che non interessava agli studenti e che poi mi raccontava.
Lo ricordo all'ospedale, aveva appena subito un intervento importante ed era convalescente. Ero andato a fargli visita e gli raccontavo di un problema che emergeva dalle mie analisi del sangue appena effettuate.
Era ormai il tardo pomeriggio ma nel giro di pochi minuti riuscì a fissarmi una visita per le 7:30 del mattino dopo con l'aiuto-primario. Il mattino seguente, prima di andare a scuola, feci la visita (gratuita) che fortunatamente non rivelò nessuna complicazione. Ricordo con piacere la sua soddisfazione, l'espressione che aveva, la certezza di essersi reso utile a un amico.

Claudio Abbiati (ex-collega)

Pier Franco Bertazzini

Ho conosciuto, negli anni settanta del secolo scorso, Carlo Vittone, alunno del Liceo Scientifico Frisi, dove per un lungo periodo fui docente e poi dirigente. L’ho seguito poi insegnante stimato dai superiori e amato dagli alunni, uomo di buona cultura, scrittore disinvolto, editore benemerito specie per quel che riguarda la storia della nostra terra.
Partecipò alla vita politica locale: lo ricordo consigliere comunale e assessore alla Villa Reale e al Parco.
Credo che altri possa con migliore cognizione precisare ed elogiare l’impegno, l’intelligenza, i risultati del suo operare.
Preferisco ricordare il mio primo incontro con lui.
Pier-Franco-BertazziniIl Frisi aveva allora 1600 alunni e un giorno di assemblea studentesca, mentre mi aggiravo negli spazi di accesso all’aula magna, tra altri vestimenti abbandonati dagli alunni, mi colpì una giacca che mostrava nel risvolto del collo un’iscrizione. Curioso, apersi l’indumento e lessi: “La rivoluzione incomincia disobbedendo a tuo padre”.
Non persi più di vista la giacca e aspettai che, finita l’assemblea, il proprietario venisse a riprenderla. La giacca apparteneva a Carlo Vittone, che allora credo avesse sedici o diciassette anni. Tutti se n’erano andati; lo trattenni, confessai d’aver letto l’iscrizione e gli chiesi se voleva, senza imporglielo, spiegarmi perché aveva voluto decorare la sua giacca di quell’enunciazione.
Gentile e ossequioso, accettò di buon grado e con lindore formale e una certa sapienza di contenuti filosofici e pedagogici, elaborò un lungo discorso concludendo esattamente con queste parole: “Molte cose vanno cambiate. Occorre nella vita che viviamo oggi una rivoluzione, ma la rivoluzione non può incominciare, se i giovani continuano a dire, come è stato loro imposto, signor padre, signor sindaco, signor parroco, signor preside”.
Voglio ricordare che allora ero anche il sindaco in carica di Monza.
Risposi che ero ben lontano dal dirmi persuaso dai suoi convincimenti, ma che si meritava un bel voto per l’esposizione e per la franchezza con cui si era espresso.
Beata giovinezza!
Più volte, incontrandoci in sedi ed occasioni diverse, abbiamo, io e Vittone, ricordato ridendo l’episodio.
Oggi ricordo Carlo con profonda commozione.

Pier Franco Bertazzini
Monza, 02 luglio 2014

Antonio

rimbaudA quei tempi, era il ’72, il giocare a scacchi e il leggere poesie riempivano parte della notte
di tutti coloro che, un giorno si e l’altro pure, approdavano a casa mia, tirando mattina. !
Pagina 201 dell’edizione Feltrinelli era sempre aperta:
“Una stagione all’inferno” attirava tutti quanti.
Non c’era volta che non la leggessimo
Anche quella notte, dunque.
Attaccò Carlo:
Un tempo, se ben ricordo,
la mia vita era un festino in cui tutti i cuori s’aprivano,
in cui tutti i vini scorrevano.
Una sera, ho preso sulle ginocchia la Bellezza
E l’ho trovata amara
E l’ho ingiuriata.
Toccava me.
Incrociai lo sguardo di Carlo e, d’improvviso, pensai che,
tra tutti noi, sarebbe stato quello più adatto
per interpretare l’amato Arthur Rimbaud.
(Antonio)

Felice Camesasca

Carlo Vittone è stato il mio Editore, la persona che, dopo aver preso visione del mio primo scritto non tecnico e men che meno giornalistico, come avevo sino a quel momento scritto preferibilmente, ha ritenuto che potesse interessare il pubblico.

Parlo dunque di uno scritto fuori dal mio usuale.

Sono infatti un giornalista - da alcuni anni – e un esperto nautico - pure da tempo – e sinora di scritti ne ho dati alle stampe diversi, ma, come detto, erano attinenti alla mia professione, erano argomenti tecnici o legislativi, mentre questo era un qualcosa di inusuale: era in dialetto!

felice camesascaDialetto si ma della mia città, della città che Carlo Vttone amava, essendo venuto a viverci da tempo, ad insegnare ai giovani delle scuole cittadine, a vivere anche la sua coordinazione come politico serio!

Il dire come ho conosciuto Carlo Vittone non saprei esattamente.

Senz’altro nel 2008 e per colpa dello sport che allora coordinavo nella regione con particolare riferimento alle scuole monzesi che a quel tempo erano oggetto di particolare attenzione.

Senz’altro è stato un suo collega, l’insegnante di educazione fisica, che me lo ha fatto conoscere, con altri insegnanti a scuola in una giornata in cui curiosavo nel loro centro pc. Sia come sia ho incontrato una persona che, ad un vecchiaccio come me, ha ispirato fiducia si da affidargli un mio sogno.

In questo, dico subito che in modo determinante ha giocato il giudizio della mia Pucci, il tesoro di moglie che purtroppo mi ha preceduto in vetta e che ora è con Carlo, che stimava, là ad aspettarmi.

Il suo amore unito al suo fine intuito femminile avevano decretato che potevo accordargli ampia fiducia.

Così è stato ed è iniziata una collaborazione che è proseguita nel tempo e si è completata perchè già la prima edizione ha dovuto essere subito ristampata. Carlo aveva saputo presentarla in modo stupendo suscitando l’interesse della città.

Poi il secondo libro sempre sullo stesso argomento: il dialetto.

Poi sono intervenuti fattori imponderabili: la mia Pucci è morta ed io mi sono trovato “fuori combattimento”.

Una ripresa a distanza di tempo per la revisione di un testo ancora di interesse cittadino che con Pucci avevo steso e coordinato e che, per l‘argomento doverosamente era stato consegnato, anche su suo suggerimento, al C.A.I.

Poi un altro era in preparazione, diciamo cosi a sei mani, con Paolo Paleari. La figura di un cittadino monzese degli anni trenta che ha riscosso l’ammirazione anche degli avversari politici.

Un testo a cui Carlo teneva tanto e che mi auguro possa essere completato.

Amico, aperto nelle sue idee e nei suoi principi che esponeva e non imponeva e che difendeva.

Un uomo tutto di un pezzo che rispetto ed ammiro che anche lui aveva trovato tardi la serenità di vita e che purtroppo ci ha lasciato.

Posso solo riportare un suo giudizio sul mio primo libro : un libro che presenta il dialetto e lui lo invita a studiarlo:

“Lo studio del dialetto va tutelato ed il nostro viene recepito come diverso del milanese che già nell’anno ‘800 era stato cosi definito, ma dimenticato”.

Aveva curato attentamente la presentazione: prefazione di noto monzese e commento di noto dialettologo.

Una novità che è stata ben recepita in città.

Poi la seconda uscita parimenti presentata magistralmente.

Ecco , questo è l’amico che ho perso, che ha lasciato un lavoro incompiuto che deve essere finito e nel nome del quale, nel ricordo che i suoi allievi conservano che deve e può essere ricordato nel tempo come diversi suoi Amici pensano di fare.

Un ricordo che faccia rilevare cosa ha fatto per i giovani e coi giovani.

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